Federdoc, la federazione che riunisce i Consorzi di tutela delle denominazioni dei vini italiani compie i suoi primi trent’anni.
Fondata presso la Camera di Commercio di Bologna il 9 Luglio 1979 venne costituita da un nucleo iniziale di 7 consorzi: Collio, Frascati, Chianti Classico, Brunello, Chianti, Santa Maddalena ed Ente Vini di Romagna. Federdoc rappresenta l'unico organismo interprofessionale esistente in Italia, cioè il tavolo attorno al quale le componenti agricole, industriali, cooperative e commerciali del settore si riuniscono per affrontare i problemi delle denominazioni sia ricercando soluzioni comuni sia garantendo un apporto per la tutela e la salvaguardia legale, nazionale e internazionale. Attualmente i Consorzi associati a Federdoc sono diventati 96 e rappresentano circa il 70% della produzione dei vini Vqprd.
Un sistema produttivo complesso
Questo formidabile risultato, così come altri, si è ottenuto grazie a circa 2.000 cantine che esportano vino all’estero. Negli anni a venire è auspicabile che questo numero aumenti ancora, visto che il mercato interno, a causa del consumo procapite calato ormai a 45 litri, è sempre più asfittico. Da questo punto di vista la struttura produttiva estremamente parcellizzata che contraddistingue il settore non aiuta il processo di internazionalizzazione delle imprese: infatti 2/3 delle aziende hanno una superficie vitata inferiore ad 1 ettaro; 7.000 una superficie superiore ai 10 ettari, poche centinaia più di 50 ettari di vigneto. Questi pochi e sintetici dati di sistema, esprimono bene l’idea di una filiera vitivinicola molto complessa, che ha profonde e intrecciate relazioni con i territori di produzione e numerose sinergie con gli altri settori economici collegati al territorio stesso. In Italia il mondo del vino, secondo le ultime stime, muove circa 8.000 milioni di euro mentre l’intera filiera vitivinicola sfiora i 50 miliardi di euro (fonte Facoltà di Agraria di Bologna/Federvini). Sempre secondo questa ricerca il settore occupa 1,2 milioni di persone compreso il settore della distribuzione. Una realtà molto variegata che nonostante mille difficoltà e impedimenti, se ha raggiunto degli importanti risultati, li deve proprio a tutti quegli imprenditori che nel corso di questi anni sono stati nel mercato, interpretando i bisogni dei consumatori e filtrandoli in base alla propria esperienza e alle proprie possibilità; proprio il confronto con il mercato che in questi trenta/quarant’anni ha permesso al nostro vino di cambiare faccia e di spiccare il volo. Non bisogna mai dimenticare da dove siamo partiti, come eravamo e quali problemi abbiamo dovuto affrontare.
Da questo punto di vista il vino italiano di oggi, che tanto successo sta riscuotendo, è molto diverso da quello degli anni Settanta/Ottanta dello scorso secolo. Grazie anche al contributo della ricerca scientifica in viticoltura ed enologia, è completamente cambiata sia l’immagine che la qualità del vino stesso. Tutto ciò ha richiesto un grande investimento non solo di capitali da parte delle aziende ma anche un adeguamento dell'impianto normativo da parte delle istituzioni in direzione di una sempre maggiore valorizzazione della qualità e del territorio anche con le denominazioni di origine.
La piramide della qualità
La legge 164/1992, attualmente in procinto di essere modificata ma tuttora in vigore, prevede due tipologie di vini Vqprd (Vini di qualità prodotti in regioni determinate), i vini Doc (Denominazione di origine controllata) e Docg (Denominazione di origine controllata e garantita) e una tipologia di vini da tavola con indicazione geografica, i vini Igt (Indicazione geografica tipica). La filosofia ispiratrice della legge è stata quella della costruzione di una “piramide della qualità” con alla base i Vini da Tavola e poi salendo per ordine di importanza i vini Igt, Doc e Docg. Alla base di questa verticalizzazione c’era la possibilità di coesistenza sullo stesso territorio (e per gli stessi vitigni) di più denominazioni e in virtù di una serie di scelte (vendemmiali, di commercializzazione, di invecchiamento, ecc.) ai produttori era permesso di scegliere in quale categoria iscrivere i propri vini.
I Consorzi, la casa comune delle denominazioni
In questo processo di crescita che ha riguardato tutto il settore vitivinicolo e che ha permesso di conquistare dei traguardi impensabili sino a qualche decennio fa, il ruolo dei Consorzi volontari è stato crescente. I consorzi infatti sono le istituzioni preposte, per legge, all’organizzazione e alla gestione delle denominazioni di origine e hanno come obiettivo sia di garantirne lo sviluppo sia di far rispettare le regole previste dai disciplinari di produzione. In sostanza i consorzi sono la causa comune della denominazione e di fatto continuano ad essere uno strumento indispensabile perché attraverso le strutture consortili la filiera produttiva è direttamente coinvolta nella gestione della denominazione. In questo senso le modifiche avvenute nel corso del tempo nella legislazione nazionale sulle Do - il passaggio dalla vecchia 930/63 alla 164/92 - hanno rafforzato il ruolo e i compiti dei Consorzi di tutela.
Oggi di fatto svolgono un duplice compito: di collaborare con lo Stato per i controlli e per il rispetto delle norme di produzione e, in quanto espressione della volontà dei produttori, di migliorare e valorizzare il prodotto, diffondendone la conoscenza e l'immagine, in Italia e all'estero. Per raggiungere questi obiettivi ogni consorzio si è dotato di strumenti propri quali i servizi di assistenza, di consulenza, di ricerca e sperimentazione tecnico-viticola anche attraverso la collaborazione con le istituzioni tecniche e scientifiche.
Inoltre periodicamente vengono effettuati dei controlli sia in vigneto che in cantina oltre alle analisi chimico-fisiche e organolettiche, sui vini degli associati.
Negli ultimi anni infatti il legislatore comunitario ha evidenziato l’aspetto dei controlli volto a garantire la salubrità e qualità di tutti gli alimenti, attribuendo un ruolo crescente a sistemi di autocontrollo aziendale che si affiancano ai sistemi di controllo pubblici. I consorzi di tutela nel prossimo futuro cambieranno la propria funzione che li vedrà passare da organismi principalmente tecnici ad organismi dedicati alle strategie e promozione dei prodotti stessi. Marketing e comunicazione saranno le nuove sfide per assicurare nuovi sbocchi alla produzione ed una migliore informazione per un consumatore sempre più esigente e preparato.
Federdoc, nasce con l’obiettivo di indirizzare e coordinare l’attività operativa dei consorzi di tutela associati.
I compiti da questo punto di vista sono molteplici a partire dalla valorizzazione delle denominazioni ma anche “fornire supporto giuridico, legislativo e di assistenza per gli adempimenti di legge riferiti agli scopi e funzioni istituzionali…, ai sensi della legge che disciplina tutte le denominazioni…”. Sempre tra i compiti statutari, “la possibilità di stipulare convenzioni generali su aspetti ed argomenti di interesse nazionale in riferimento alla normativa comunitaria; la tutela legale nazionale e internazionale delle denominazioni italiane; svolgere compiti e funzioni delegate dai ministeri; fornire supporto per la presentazione dei disciplinari di produzione; studiare, proporre e collaborare all’attività legislativa e regolamentare di tutto ciò che attiene alla vite e al vino in collaborazione con le amministrazioni regionali, nazionali e comunitarie; sostenere gli organismi di tutela e infine promuovere e valorizzare la conoscenza, l’educazione e il consumo dei vini a denominazione con idonee forme di comunicazione. I servizi di assistenza a livello nazionale e comunitario inoltre si sono arricchiti operativamente dalla creazione della Confederazione europea dei consorzi di tutela - un’iniziativa promossa da Federdoc che riunisce i consorzi degli altri paesi comunitari - e dall'apertura di un ufficio a Bruxelles. D’altra parte nel 2007 con l’allargamento a 27 dell’Europa, il potere di contrattazione dei paesi produttori di vino è diminuito non solo perché la torta dei fondi agricoli va ripartita tra più paesi ma anche perché le logiche dei paesi essenzialmente “consumatori” sono differenti. Da qui la necessità di creare una lobby in grado di rappresentare le necessità e le istanze delle denominazioni europee nelle sedi comunitarie.
Due diverse scuole di pensiero
Da una parte il Vecchio Continente, insieme ad altre nazioni emergenti, è impegnato a valorizzare il suo vastissimo patrimonio enogastronomico d’eccellenza, cercando di definire un apposito quadro di regole più restrittive. Dall’altra gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Australia, ma anche Giappone e Nuova Zelanda puntano ad un sistema meno rigido che permetta loro di mantenere lo status quo, senza dover concedere ulteriori protezioni particolari ai prodotti tipici. In particolare a proposito delle denominazioni d’origine, vanno ricordate quelle relative ai vini che presentano differenze sostanziali. Se Igt (Indicazione geografica tipica) riguarda aree di produzione generalmente più ampie e con disciplinari di produzione molto elastici, Doc (Denominazione d’origine controllata) vuol dire un riconoscimento assegnato a vini prodotti in zone limitate secondo disciplinari ben precisi, che riportano il rispettivo nome geografico e talvolta anche quello del vitigno; Docg (Denominazione d’origine controllata e garantita) invece è un particolare riconoscimento qualitativo attribuito ad alcune Doc di particolare pregio. In questo caso i controlli sono più rigorosi e i vini devono essere imbottigliati nella stessa zona di produzione.
Le American Viticultural Area (AVA) - a febbraio 2008 erano 193 - non sono l’equivalente delle nostre denominazioni d'origine. Infatti la rivendicazione non comporta alcun disciplinare di produzione o certificazione di qualità e designa aree di dimensioni molto varie. Per esempio, l’Ohio River Valley AVA si estende per 67.000 km2 e abbraccia territori di 4 Stati mentre la Cole Ranch AVA nella Mendocino County in California, occupa 25 ettari. L’unica condizione da rispettare è che almeno l’85% delle uve siano prodotte nell’AVA dichiarata in etichetta. Le delimitazioni AVA sono stabilite dal Bureau of Alcohol, Tobacco, and Firearms.
Nel 2007 le regioni vitivinicole del Chianti Classico (Italia), Sonoma County e Paso Robles (California), Tokaj (Ungheria), Victoria e Western Australia (Australia) hanno aggiunto i loro nomi all’elenco dei firmatari della Dichiarazione congiunta a tutela del luogo d’origine del vino, un insieme di principi miranti a educare il consumatore sull’importanza della provenienza geografica-territoriale per l’identificazione del vino. Queste sei regioni vinicole vanno a sommarsi ai sette membri fondatori della coalizione: Napa Valley, Oregon, Washington State, Walla Walla Valley, Champagne, Porto e Jerez. In sostanza dicono i firmatari quello che viene sostenuto in etichetta deve corrispondere al contenuto della bottiglia. Insomma un piccolo passo in avanti nel riconoscimento della peculiarità dei territori.
Un punto di riferimento
Negli ultimi anni inoltre la Federazione ha accentuato la sua caratteristica di essere un luogo di elaborazione e di confronto sui principali temi del settore vinicolo e sempre più un punto di riferimento per le istituzioni. Negli anni Duemila il lungo dibattito che ha preceduto la promulgazione del decreto “erga omnes” cioè la possibilità di estendere i controlli a tutte le aziende che rivendicano la denominazione anche se non associate al rispettivo consorzio di tutela oppure il contributo all'elaborazione dello schema per il “piano dei controlli”, ha visto la Federdoc come un attore di primo piano. Questi aspetti “politici” si sono maggiormente accentuati in occasione della riforma dell'Organizzazione Comune di Mercato del Vino (OCM Vino) vale a dire la politica europea del settore.
Nel corso del dibattito sulla Ocm Vino la Federazione si è fatta interprete delle perplessità espresse dai consorzi su numerosi punti della riforma. Uno dei temi più rilevanti del nuovo regolamento (Reg. CE n. 479/2008) è quello dell’istituzione di un quadro omogeneo a livello comunitario per la protezione delle Denominazioni di origine, riconducibile alla normativa comunitaria per i prodotti agricoli e alimentari, cioè alle Denominazioni di Origine Protetta (DOP) e alle Indicazioni Geografiche Protette (IGP). In pratica i nostri vini entreranno a far parte di queste due categorie pur mantenendo le attuali denominazioni. Dal punto di vista dei consorzi, pur in assenza dei regolamenti applicativi della nuova Ocm i due ruoli fondamentali, quello della valorizzazione e quello della tutela della denominazione, dovrebbero rimanere immutati. Per quanto riguarda i controlli che d’ora in poi riguarderanno anche i vini Igt e VdT oltre naturalmente a Doc e Docg, il compito sarà affidato ad una società terza - Valoritalia - formata da Federdoc, Unione Italiana Vini e Csqa, una società internazionale di certificazione. Inoltre con l’entrata in vigore il 1°Agosto 2009 delle nuove norme comunitarie (Reg. CE n°479/2008) l'incombenza di espletare le pratiche per il riconoscimento delle nuove denominazioni, sin qui svolto dal Comitato nazionale vini, un organismo ministeriale passerà a Bruxelles. Tutte le denominazioni riconosciute entro il 31 Luglio 2009, verranno automaticamente accolte nel Registro europeo delle denominazioni protette assieme ai relativi disciplinari di produzione. Se la Commissione Europea appurerà l’esistenza di denominazioni scarsamente rivendicate o non rivendicate, le cancellerà d’ufficio. (Quest’ultimo sarebbe un provvedimento auspicabile visto che secondo Assoenologi, ben 90 Doc sfruttano meno del 50% della loro potenzialità, 33 non arrivano al 20%, 16 sono sotto il 5% mentre ben 7 sembra che non abbiano mai fatto uscire una sola bottiglia. ndr). Una delle conseguenze dell’Ocm Vino sarà anche l’adeguamento della 164/92 che dovrà affrontare temi quali uno snellimento generale delle procedure - il peso della burocrazia continua ad essere invasivo - in un quadro generale di semplificazione burocratica e di razionalizzazione dell’intero sistema delle denominazioni e anche degli stessi consorzi di tutela.
In questo senso Federdoc ha ancora molti contributi da offrire.
NOTE:
Le Doc in Italia
Secondo i dati forniti dall’Istat nel 2007, la produzione di vini con indicazione d’origine, intesa come somma dei vini Doc, Docg e Igt è stata di oltre 26 milioni di ettolitri, ossia oltre il 64% del totale del vino prodotto sul territorio nazionale. I vini a denominazione d’origine (Doc-Docg) con oltre 14 milioni di ettolitri rappresentano quasi il 35% del totale. I vini con Indicazione geografica (Igt), con 12 milioni di ettolitri di produzione, rappresentano invece il 29%, mentre i Vini da tavola senza denominazione il restante 36%. C’è da notare che negli ultimi quattro anni i vini Doc e Docg sono passati dal 31% al 35%, gli Igt al 26% al 29%, pur in un contesto di una produzione in diminuzione. Secondo il panel Ismea-Ac Nielsen, il valore economico dei consumi domestici dei vini Doc e Docg, è pari a 632 milioni di euro e pesa per il 42,7% del totale dei consumi di vino (2005), anch’esso con una quota in crescita (Ismea 2007). Anche il valore delle esportazioni segnala l’importanza dei vini Doc e Docg che insieme agli spumanti hanno coperto nel 2006 il 55% degli introiti dell’export di vino, stimati in circa 3.200 milioni di euro (Mediobanca, 2008). A gennaio 2008 le Denominazioni erano 357, di cui 41 Docg e 316 Doc, pari a quasi il 35% della produzione nazionale. Le Indicazioni geografiche tipiche sono complessivamente 120, ossia poco più del 25% dell’intera produzione, mentre la rimanente percentuale è rappresentata dai vini da tavola.
Un pò di storia: dai vini tipici alle denominazioni
Sin dagli anni Venti dello scorso secolo quando iniziò la discussione sulle modalità per tutelare quelli che allora erano definiti “vini tipici”, gli antenati degli attuali vini a denominazione di origine, l’importanza dei Consorzi fu evidenziata sin da allora. Infatti già nel 1924 fu promulgato un Regio Decreto (n° 497) sulla “Costituzione dei consorzi privati dei vini tipici” che poi fu convertito in legge il 18 Marzo 1926. Ma già da tempo nel mondo del vino si discuteva della promozione dei Consorzi. A Marsala - che all’epoca era la più importante concentrazione produttiva italiana tanto che negli anni Trenta si arrivò a contare oltre 100 cantine (bagli) in attività - la ditta di Alberto Ahrens aveva presentato un progetto per la formazione di un consorzio a cui aderirono le piccole e medie aziende vinicole mentre le case Florio, Ingham e Woodhouse si dissociarono per presentarne, nel 1912, uno proprio. Solo nel 1927 (Regio Decreto 23 Giugno n. 1440) però fu ufficialmente riconosciuto il Consorzio per la tutela di questo vino tipico. Sempre di quegli anni è la fondazione (1924) del “Consorzio per la difesa del vino tipico del Chianti e della sua marca tipica” e poi della nascita nel 1927 del Consorzio Vino Chianti. Nel 1932 è la volta del “Consorzio dei vini tipici Moscato d'Asti e Asti Spumante”. La vicenda dei Consorzi però non può essere disgiunta dal travagliato percorso delle legislazione dei vini tipici oggi a denominazioni di origine. Infatti dal 1937 sino ai primi anni Cinquanta dello scorso secolo, pur essendo la vitivinicoltura una branca importante della nostra agricoltura, l’evoluzione normativa del settore fu di fatto bloccata a discapito dello sviluppo del settore anche dal punto di vista qualitativo. Non è un caso che successivamente la rilevanza quantitativa ed in valore dei consumi, sia nel mercato domestico che nelle esportazioni, dimostrò ampiamente l’importanza degli effetti che la riforma delle denominazioni dei vini può avere sul sistema produttivo nazionale. Infatti prima della promulgazione della legge 930/63 i consumatori avevano ben poche garanzie sulla provenienza e spesso sulla reale corrispondenza a quanto indicato in etichetta.
Il vino, i consumi, i media
Il vino specialmente negli ultimi anni, ha avuto con i media un rapporto di crescente interesse/curiosità declinato nei modi più diversi. Tuttavia rispetto al passato il vino non svolge più la funzione di un tempo, cioè di essere un alimento indispensabile, o quasi, sulle tavole degli italiani., oggi si deve “accontentare” di essere una delle tante opzioni di consumo tra cui scegliere. Non solo, ma a parte un ristretto gruppo di consumatori su cui il vino esercita un fascino che non ha eguali rispetto ad altri generi merceologici, il sentimento prevalente sembra la disaffezione verso questo prodotto tanto che la quota 40 litri pro-capite è sempre più vicina mentre ormai i 104 litri del 1975 sono diventati un lontanissimo ricordo. Le note vicende dell’ultimo anno (vicende del Brunello) dovrebbero far riflettere sul fatto che in realtà il vino è stato trattato né più né meno come tutti gli altri settori economici in presenza di “turbolenze”. Per certi versi questo atteggiamento della stampa è stato un riconoscimento indiretto del nuovo ed importante ruolo che oggi ricopre il vino nell’economia e nell’immagine del nostro Paese. Il problema, più che altro, sono i nervi scoperti di cui molti soffrono. Questa ipersensibilità, un po’ scontata, sembra più che altro frutto della vecchia cultura del vino – alimento quasi indispensabile – che non quella attuale del vino commodity.