Il Libro
Intervista a Riccardo Ricci Curbastro di Antonio Paolini

Vigneto Italia e Mamma Europa. Noi e loro, anche se sarebbe ormai il caso di cominciare a pensare e dire: noi, e basta. Come vanno le cose? Ci sono un bel po’ di questioni aperte e calde. Pensiamo solo al cambio di consonante tra Ocm e Ogm… A che punto siamo, e come stanno andando i vari round di tiro alla fune?

Cominciamo dal tema Ogm, per dire che negli ultimi anni in fondo non è andata né bene, né male. Tutto è abbastanza fermo, i problemi in materia vanno del resto visti in un quadro generale. Il capitolo va comunque giudicato come un’opportunità di possibile miglioramento fitologico su un prodotto che pure ha una sua storia millenaria. Solo che fino al giorno in cui un’esigenza sanitaria, un problema grosso e assolutamente non auspicabile quindi, non accenderà i riflettori dell’opinione pubblica su questo, non essendo il vino (e a monte la vite) un prodotto vitale, sarà difficile far passare il concetto. Nel mondo agricolo non c’è, per lo più, grande preclusione. Non c’è neppure necessità immediata, ma parliamo comunque di innovazione. Di ricerca, cui va detto assolutamente sì, per non escludersi da flusso e risultati. Si può lavorare sul fronte malattie, virosi, etc. Si pensi solo alla fillossera e a tutto quel che implica nella genesi e conduzione del vigneto. Ci penseremo. Bisogna studiare. E mai dire sì o no preventivi e immutabili.

E l’Ocm?

“Non è stato un successo. Nemmeno una Caporetto. Alcuni danni sono stati evitati. Ma come stessero andando le cose, si era capito già in corso d’opera.”

Alziamo il tiro. Il confronto futuro al Wto? Il gioco di domino faticosamente messo su qui da noi con le Dop rischia di andare, di fatto, in aria se qualche “cattivo” molla uno scossone al tavolo mondiale. O no?

Al Wto tutto il problema si pone, è cosa nota, a livello del concetto di marchio: in pratica, il match “valore del trademark contro valore denominazioni”. Per un lunghissimo periodo match quasi impari, tostissimo. Noi in difesa, chiusi a riccio, e attacco da tutte le parti dai cosiddetti “nuovi” e dagli Usa. Ora le cose stanno lentamente cambiando. E proprio da parte di chi sembrava più ferocemente all’offensiva nei confronti del sistema, diciamo così, “all’europea”. La denominazione Usa di Napa Valley è stata regolarmente proposta e riconosciuta. Barossa e Marloborough, mondi ancor più lontani (e altamente significativi) sono pratiche in itinere. E altro ancora segue… Questo, e si capisce bene, dà ragione a noi. Rafforza il nostro concetto. Che è un concetto molto antico e solido. Esempio? La specificità del Sauvignon Blanc è universalmente riconosciuta: la sua piena, evidente riuscita caratterizzazione come esito del legame con uno specifico territorio è altrettanto chiara, e pone l’esigenza, ora finalmente riconosciuta, di un’accettazione e regolamentazione della denominazione Marlborough. Ed è un modello ovviamente esportabile, ovunque ce ne siano le premesse. E non è affatto in contrasto con le tendenze di mercato, come qualcuno pretendeva. Il mercato ha due ali: quella dei vini indifferenziati, che seguono la logica delle grandi commodities e vanno per un certo target; e poi c’è l’altro, quello dei consumatori che cercano più carattere, identità, riconoscibilità. Una parola grossa: facce, storie, culture.

Ma servono regole enologiche e disciplinari condivise, o no, per mettere in comune davvero la traccia delle denominazioni?

Diciamo che più spesso, allo stato attuale, le regole sono oggetto di calcolati compromessi. C’è chi sta, e spinge, più in avanti, e chi è più tradizionale, anche nel mondo di chi accetta e lotta per le denominazioni. Esasperare troppo distanze e differenze non sarebbe molto produttivo per i nostri scopi. Indispensabile invece è tenere fermo un passaggio: la filiera vino-frutto, vino-uva. Tutto quello che la stravolge, anche fossero tecnologie “innocenti” sotto altri punti di vista, mette a rischio il concetto stesso di vino. Dunque, va rifiutato. Occorre vigilare a fondo. Perciò servono, sì, poche, ma chiare, regole generali, per tutti, registrate a Bruxelles, e/o a livello mondiale, Wto o da qualche altra parte. In questo senso, la rinuncia alla “nazionalità” maturata con l’ultimo Ocm sulle denominazioni non è, e non va considerata una sconfitta, ma un impegno assunto in funzione di un comune, forte impegno europeo perché si combatta uniti per il principio. E, attenzione, certi principi si affermano con dure battaglie. La regina Vittoria per robe del genere, controversie sul commercio intendo, mandava le cannoniere.

Chi manderà l’Ue? Quali sono le nostre cannoniere?

Bè, non di sicuro certi abbondanti e molto affollati barconi con cui siamo andati alla guerra sin qui, ma che non servono a molto… Federdoc, ad esempio, critica senza mezzi termini una struttura come il Copa-Cogeca: inefficace, troppe voci e troppa ricerca compromesso, inevitabile peraltro a partire da un’ammucchiata di 70 facce diverse attorno a un tavolo. Serve a monte un gruppo molto più agile, e che conti e condizioni le scelte. La cannoniera, insomma. Proprio per questo abbiamo stabilito e stiamo stabilendo, come Federdoc, legami sempre più forti col nostro omologo francese, che ha interessi comuni e la pensa come noi. Intanto abbiamo varato un ufficio comune, e portiamo avanti un serio progetto di lobby. Poi abbiamo lavorato sul coinvolgimento di spagnoli e portoghesi, superando le (inevitabili) diffidenze contro i due grandi del vino (noi e la Francia insieme facciamo l’80% e passa): e su queste basi nascerà tra settembre e ottobre una Federazione europea con tutte e quattro dentro. Ridare una voce forte e chiara, unita e battagliera alle denominazioni europee è, manco a specificarlo, il nostro vero obiettivo.

Bene progetto e metodo. Ma, alla base, noi come siamo messi? Ovvero: il nostro, quello italiano, è un sistema realistico? La metodologia, il numero, verrebbe da dire la proporzione delle nostre denominazioni rispetto all’esistente, sono fatti per reggere la dialettica a tutto campo che la dimensione ormai irrevocabilmente “king size” sia del mercato, sia degli organismi decisionali che presiedono alla sua regolamentazione, impongono a tutti, grandi Paesi produttori tradizionali e nuovi rampanti con le unghie affilate?

Vediamo la parte in positivo: ed è che abbiamo una grande ricchezza di denominazioni, figlia di tanti fattori. Geografia, orografia, e un po’ certo, anche di una politica di campanili, che ci appartiene tutta. Ma al fondo rimane un giacimento, un forziere cui attingere nei confronti di un mondo che si omologa, si impoverisce sotto questo profilo. E’ come se noi avessimo da parte del Dna di riserva... Ma è altrettanto evidente che comunicare, spiegare il sistema Italia con questi numeri e certe variegazioni suscita spesso ampia confusione. E c’è una realtà che non si può né ignorare né eludere. Cento, centoventi denominazioni al massimo coprono il 90% della produzione globale originata dalle 357 che compongono il nostro piccolo esercito. C’è dunque di certo un problema di riposizionamento delle denominazioni stesse all’interno di un sistema (il Dop-Igp, dove il primo braccio a sua volta include i due rami di Doc e Docg) che è da riclassificare e ricalibrare. Già lo status di portaerei naturale dell’Italia e le sue differenze geoclimatiche sono più che ardui da spiegare…

…E aggiungerci un gran pavese con 357 bandierine non aiuta la chiarezza. Non sarebbe allora il caso di dare una sana sforbiciata, o una rimodellata come dice lei, rinununciando a difendere l’indifendibile per far quadrato attorno a quel che conta?

La risposta è sì. E l’occasione è il remake della 164. L’Ocm impone mutamenti al sistema di certificazione, e in quello strumento è possibile riconsiderare la grande famiglia delle indicazioni geografiche utilizzandola a diversi livelli. Sono d’accordo anche associazioni di tecnici come Assoenologi. La classificazione va usata per riconoscerti ed essere riconoscibile. Se non serve a quello…

Un panachage con il sistema francese della classificazione per “cru” può aver senso?

Il Sagrantino vuole farlo, sul modello Beaujolais: una stratificazione più legata all’obiettivo riconoscimento di mercato della qualità percepita (quindi riconoscibile anche per il consumatore) che a valori intrinseci difficilmente spiegabili e difendibili, oggi, senza arrivare a rissa e guerra. I cru d’un tempo, non dimentichiamolo, li definiva un Rescritto Imperiale, ed era abbastanza difficile mettersi a fare obiezioni… Oggi non è più così.

Restiamo in casa nostra. Il decreto che istituiva l’erga omnes compie giusti 8 anni. E si fa fatica a ricordare quanti ne avrebbe oggi quello che lanciava l’operazione catasto; forse sarebbe in età da università, certo in età da patente. Non è curioso che i “guardiani” mondiali delle Doc (cioè noi) facciano poi così fatica a onorare il sistema di regole interne che dovrebbe presiedere alle medesime? Siamo un re non nudo, ma diciamo così, in lingerie? O un gigante dalle caviglie un po’ deboli?

Dovessimo dirci completamente soddisfatti, sarebbe una bugia. Però esiste finalmente un concetto di qualità dinamico, in continuo affinamento, cui la parte fatta sul fronte certificazione ha certo contribuito positivamente al lavoro di chi dovrà farla da oggi in poi. Il tema catasto: per le denominazioni c’è. Forse non c’è ancora tutto il vero catasto complessivo del vigneto Italia. Ma, tornando all’erga omnes: i decreti succedutisi fino a marzo 2007 hanno generato qualcosa che punta in tre direzioni: riconnettere operazioni fatte da enti diversi; alimentare la conoscenza puntuale di ogni denominazione, altrimenti ingovernabile in sua mancanza (e non può essere, intendiamoci, il dato dell’anno viticolo 2007 pubblicato quando stai per vendemmiare il 2009, ma dev’essere un dato giornaliero su prodotto, giacenza, tutta la dinamica); e infine garantire la tracciabilità, scopo ultimo della baracca. Perché l’interesse è salvare e proteggere i produttori seri, ma poi farsi riconoscere tali dai consumatori, e tracciare davvero: fino ad arrivare al sms che ti dice tutto della bottiglia, a ritroso, fino al campo da cui nasce. Sta succedendo. Ed è un segno tangibile. Federdoc ha fatto un gran lavoro, a fronte di un’operazione davvero complessa. Io sono sicuro che anche nel nuovo sistema il grande patrimonio di lavoro e certezze messo insieme fin qui sarà acquisito, farà da banca e non sarà certo ripudiato.

Il nuovo sistema di controlli non fa presagire i difetti di troppe altre privatizzazioni italiane, grandi e piccole? Cioè il rischio, oltre la facciata, di nascita di oligopoli quando non monopoli, di super lobby esterne/interne al sistema?

No. Ne sono convinto. Perché chi opera, risponde a un ente nazionale e uno sovranazionale, e dunque le regole sono chiare per tutti. La privatizzazione la vedo come un bene, apre alla scelta del miglior offerente, e mi fa rendere conto che siccome sono io che pago, debbo scegliere poi chi mi dà garanzie di miglior esito a miglior costo. Nessuno, infine, è obbligato a usare una denominazione.

A proposito di controlli e denominazioni: come sta il Brunello? Non in quanto tale, ma in quanto paradigma alto e blasonato del nostro vino di qualità (percepita e comunicata)? Vogliamo provare a tirare le somme, a bocce ferme e mente fredda, di quella faccenda?

Premesso che al momento in cui ne parliamo non conosciamo ancora le conclusioni della magistratura (e quando arriveranno ovviamente le leggeremo con grande attenzione) e quindi non si sa né di eventuali rinvii a giudizio né d’altro, possiamo dire ragionevolmente che il caso Brunello ha indicato che laddove il sistema conta su Consorzi che hanno operato, azionando la macchina dei controlli, il risultato finale è un sistema credibile. Che si autoprotegge. Dimostrazione: anche di fronte a crisi molto forte (acuita pure da un botto mediatico di cui forse non c’era bisogno, ma di cui si capisce la genesi) chi si era irrigidito, Stati Uniti in primis, ha poi riconosciuto il ben fatto. Il messaggio finale ritornatoci è: se le cose stanno così, allora ok. A Washington abbiamo fatto di recente un incontro con tutte le Agenzie governative che si occupano di questo, e di fronte al nostro sistema di tracciabilità, spiegato per bene, gli americani per primi hanno detto: una cosa così, qua non s’è mai vista. Come li abbiamo convinti? Abbiamo portato come campioni ed esempi dei Moscato e dei Brunello, e abbiamo detto: ora entriamo in Internet, e risaliamo tutta la scala. Sbalordimento generale. Il nostro sistema, che noi spesso critichiamo (anche a ragione), ha comunque in sé, proprio per il pregio che annettiamo alle nostre “creature”, un quantum di credibilità che troppo spesso sfugge anche a noi. E’ vero, operiamo a volte male; ma spesso, molto spesso, bene. E poi ci presentiamo male, quando non malissimo. Autolesionisti. Giusta critica, indagini, fare chiarezza. Ma attenzione sul modo in cui gestiamo anche gli episodi anomali, quando ci sono. La notizia era: abbiamo trovato, dunque stoppato. E’ come il poliziotto che fa la multa a chi passa col rosso. E’ una buona notizia per chi viaggia, perché significa che la polizia sta in strada e fa il suo mestiere. E la sicurezza è più garantita.

Conclusioni, dunque propositi. Tre mosse vitali per l’Italia sulla scacchiera del vino mondiale che, soprattutto nell’attuale fase critica di mercato (ma anche in qualche modo, e proprio per questo, fortemente dinamica, foriera di formidabili riassetti potenziali) non può e non deve giocarsi la sua dote, la sua primogenitura.

Per difendere la posizione sul mercato mondiale il primo comandamento è bilanciarci con abilità e intelligenza sui due binari che già abbiamo e sono già stati usati con successo: varietà e denominazione. Siamo l’unico paese che ha in questo doppio successo: Nero d’Avola e Pinot Grigio sono risposte efficaci e nostre a California e Australia. Ma poi anche Chianti Classico, Brunello, Amarone etc. etc. sono la nostra risposta tradizionale. Ce la facciamo su tutt’e due i fronti. Per cui non facciamoci tentare, o prendere da fregole di bruschi cambi di rotta. Secondo passaggio: vincere la scommessa del travaso di competenze dal vecchio al nuovo sistema di controlli; e la si vince travasando non solo nuove norme, ma anche know-how, saperi accumulati, interfacciandosi con enti e strutture che hanno fatto anche molte cose buone. Insomma, edificare sì una casa nuova, ma usando anche le preziose pietre vecchie. Terzo capitolo: promozione. Capitolo fondamentale. Che ha a disposizione una enveloppe nazionale molto ricca, ma vittima di un autentico assalto alla diligenza. Su questo “en jeu” così importante, il volano che serve assolutamente al nostro vino, si intersecano competenze di pezzi diversi dello Stato ed enti locali. Con tanti rischi. Rispettando a dovere il ruolo di tutti, è meglio - anzi vitale - che si sappia e si dica subito che ogni autonomia regionale è un pezzo d’Italia, dunque da difendere “dentro” un concerto nazionale. Val d’Aosta, Italia, deve essere scritto su ogni progetto. E serve assolutamente un coordinamento. Quale sia non debbo dirlo io, si decida, Buonitalia o altro: ma serve. È già stato detto, ma ora va fatto: smettere di andare a promuovere senza una politica organizzativa e di screening. Il nuovo corso è andare mirando, e senza pestarci i piedi. Basta col viaggio in Irlanda provincia per provincia, basta gite premio per funzionari e/o quadri d’azienda. Spendano - è giusto - anche le Regioni. E tutti mettano il loro, di idee (e magari qualche soldino…). Ma coordinando e coordinati. Sennò, ci giochiamo investimento e capitale in un solo, improvviso tiro di dadi.