Il Libro
La Storia di Andrea Cuomo

Quel giorno caldissimo dell’ultima estate degli anni Settanta a Bologna si ritrovano il conte friulano Douglas Attems, Antonio Benedetti da Frascati, il chiantigiano Girolamo Cavalli, Bruno Ciacci da Montalcino, Piero Tesi del consorzio Chianti Putto, i romagnoli Alteo Dolcini e Giovannino Tini. Davanti a Carlo Malaguti, “notaio in Bologna”, dichiarano di “voler costituire come con questo atto costituiscono, la Federazione consorzi di tutela vini Doc e Docg (Vqprd) con sede in Bologna, ora in piazza Costituzione numero 8”.
E’ l’atto di nascita della Federdoc, a suo modo un momento storico per il mondo del vino italiano. Lo statuto del nuovo organismo è composto da diciassette articoli. L’articolo 4 elenca gli scopi della confederazione: “La confederazione - si legge - non ha finalità di lucro” ma intende “fornire supporto giuridico, legislativo e di assistenza ai consorzi di tutela”, “stipulare per conto dei consorzi associati convenzioni generali e di principio su aspetti e argomenti di interesse nazionale”, “sostenere e agire per la tutela legale nazionale e internazionale delle denominazioni italiane, anche in collaborazione con gli organismi comunitari, nazionali, regionali e camerali”, “svolgere compiti e funzioni delegate da ministeri e/o da organismi ministeriali e regionali competenti”, “fornire ogni supporto e servizio tecnico operativo alla presentazione della disciplina di produzione dei vini a denominazione”, “indirizzare e coordinare l’attività operativa dei consorzi aderenti, con lo scopo di tutelare, sviluppare e valorizzare il prestigio delle denominazioni italiane”, “difendere in ogni sede i vini italiani a denominazione” e infine “promuovere e valorizzare attivamente la conoscenza, l’educazione e il consumo dei vini italiani a denominazione mediante forme idonee di comunicazione anche in collaborazione con altri enti privati e amministrazioni pubbliche di rappresentanza comunitarie, nazionali e regionali”.
Negli articoli successivi dello statuto della Federdoc si precisano i suoi organi, che sono: il Presidente, nella persona di Antonio Benedetti; il consiglio di amministrazione, presieduto dalla stesso Benedetti e composto anche da Attems, Cavalli, Ciatti, Dolcini e Tesi; il collegio dei revisori dei conti, composto da tre membri (Paolo Martelli, Demetrio Poli e Antonio Rizzoli) e il collegio dei probiviri, “nelle persone - elenca il notaio - dei signori: Adinolfi Francesca in Marinelli; Betti Angelo; Vittorio Camilla; Garoglio Pier Francesco; Stefanelli Giuseppe”. Nel pomeriggio, alla camera di commercio della città felsinea, si svolge la prima assemblea della Federdoc. Nel verbale, vergato a mano con una calligrafia scolastica e redatto con piglio burocratico, si dà conto della “piena soddisfazione per il concreto avvio della Federazione della quale molto si avvarrà la tutela e promozione per i consorzi e per le doc italiani”.
Il dado è tratto.
Così come quella degli uomini e delle donne, l’Italia del vino della fine degli anni Settanta è assai diversa da quella di oggi. Molto più vicina a quella ormai dimenticata descritta da Mario Soldati nei suoi viaggi attraverso il Belpaese del bicchiere tra il 1968 e il 1975 e oggi godibilissima - pur se datatissima - lettura nella raccolta “Vino al vino”. Il grande scrittore torinese, nonché giornalista enogastronomico ante litteram (ma guai a dirglielo!), nei suoi racconti di bevute e di cantine manda giù bianchi, rossi e rosati di ogni blasone e provenienza ma sembra proprio non mandar giù i primi segnali di “industrializzazione” e di attenzione al mercato del vino italiano, attraverso l’utilizzo delle “pratiche di filtraggio, chiarificazione, refrigerazione, stabilizzazione e tutti i vari accorgimenti chimici o meccanici”, come elenca disgustato. Pratiche che oggi sono comunemente accettate e anzi considerate imprescindibili per la cosiddetta enologia di qualità, ma che trent’anni fa e più erano guardate ancora con sospetto dal consumatore del vino, sensibile all’apporto calorico di questa bevanda. Soldati, come ancora molti italiani, non ama quella parola: qualità. Per lui il vino è nient’altro che compagno quotidiano, del quale non disprezzare affatto l’abbondanza; va bevuto sul posto, meglio se spillato, meglio se senza etichetta, va scovato nelle botteghe meno appariscenti, cercato senza dar retta alle guide (ancora disgusto) e ai giornali, che peraltro allora ben poco si occupavano di vino, goduto nella sua spontaneità, apprezzato nei suoi difetti, nelle sue pungenti asprezze, guardato invece con diffidenza quando nutre qualche ambizione che non sia quella perfino troppo umile di essere se stesso. Con qualcuna delle teorie soldatiane si può oggi anche essere d’accordo - un po’ per nostalgia un po’ per reverenza - ma non certo sul quadro d’insieme, che è quello di una galassia frammentata e arretrata, che fatica a uscire dal retaggio della cultura contadina del vino, non ancora rimpiazzata da quella che definiremmo metropolitana: consapevole, informata, matura. Non sorprenda dunque che l’enologia italiana al morire degli anni Settanta privilegi il quanto al come: basti pensare che nel 1980 la superficie di uva da vino coltivata in Italia era di 1.230.000 ettari e oggi è di meno di 800.000, con una perdita di oltre un terzo. E che abbattimenti di simili dimensioni abbiano interessato anche le produzioni e il numero di aziende. Ma soprattutto è il dato sul consumo che colpisce: negli anni Settanta ogni italiano beveva in media 100 litri all’anno di vino, oggi qualcosa meno della metà. Molto meno e molto meglio.
Anche a livello normativo era un’altra epoca. Il mondo del vino di qualità - che era piccola cosa rispetto al mondo del vino tout court - rispondeva da tre lustri al D.P.R. 930 del 1963, che recava le “norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini”. Una normativa che era stata in gestazione per decenni e che alla fine era nata già vecchia. Distingueva solo tre categorie di vini: quelli semplici, quelli a denominazione di origine controllata e quelli a denominazione di origine controllata e garantita. E prendeva atto diremmo senza entusiasmo dell’esistenza di un tipo giuridico di associazione per la tutela delle denominazioni dei vini, vale a dire i consorzi, limitandosi a stabilire alcuni requisiti minimi per affidare a questi l’incarico di vigilanza sull’osservanza delle disposizioni del decreto. Ma la figura del consorzio resterà in Italia a lungo in una zona grigia: dovranno passare ventinove lunghi anni perché quel D.P.R. venga modificato da una nuova legge, la 164 del 1992, e ancora diciassette per rimettere oggi tutto in discussione con il controverso Ocm che si appresta a riorganizzare la materia delle denominazioni a livello europeo.
Gli anni Ottanta. Comunque, si parte. I primissimi sono anni di crescita lenta per la nuova confederazione. Ai sette consorzi “fondatori” (Frascati, Collio, Chianti Classico Gallo Nero, Brunello di Montalcino, Vini Romagnoli, Chianti Putto, Santa Magdalena) altri se ne uniscono alla spicciolata e con non poca circospezione. Sin da subito si evidenzia una difficoltà particolare ad attirare nella Federdoc i consorzi meridionali, limite che si trascinerà a lungo e che farà capolino più volte nel corso di questa nostra storia. Del resto l’organismo è fragile e non può fare la voce grossa, al massimo emettere qualche vagito. Il primo bilancio di chiusura completo della Federdoc, al 31 dicembre 1980, fa quasi tenerezza: l’attività complessiva è di 1.700.244 lire, comprese 600.600 lire di credito delle quote associative di due consorzi morosi. Ma pian piano la Federdoc inizia a contare: lo dimostra il fatto che all’assemblea generale del 6 maggio 1982, che si svolge al Parlamentino del ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, a Roma, partecipi anche il ministro Giuseppe Bartolomei, esponente democristiano del morente governo Spadolini-1, il primo dell’Italia repubblicana non guidato da un democristiano. La Federdoc inizia a essere un interlocutore naturale nei palazzi in cui si decidono le sorti del vino italiano.
E’ quella assemblea del 1982 l’occasione per fare il bilancio del primo triennio di attività della confederazione affidato, in assenza del presidente Benedetti, al presidente dell’assemblea Girolamo Cavalli, che vanta con orgoglio l’allargamento del consenso. “Dai sette consorzi che dettero vita alla Federazione - enumera Cavalli - oggi siamo quattordici con 16.909 associati per 53.646 ettari in rappresentanza di sedici denominazioni di origine le quali costituiscono oltre il 30 per cento dell’intera produzione dei vini Doc”. Tra i nuovi soci Isonzo, Soave e Recioto di Soave, Bianco di Custoza, Colli Lanuvini, Valpolicella e Recioto della Valpolicella, Orvieto. Come si vede manca ancora il Sud e sono soprattutto Veneto e Toscana a dettar legge. Un dualismo che contrassegnerà a lungo la vita della confederazione. Ma la Federdoc guarda già lontano e pone una questione spinosa: “I consorzi - sentenzia Cavalli - devono ottenere l’incarico di vigilanza sull’intero settore produttivo”. Poche ore prima, il 4 maggio, è stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale del 13 marzo che disciplina “l’esercizio, da parte dei consorzi volontari di tutela dei vini, delle attività connesse all’espletamento dell’incarico di vigilanza di cui all’art. 21 del D.P.R. 12 luglio 1963, n. 930”. Sia chiaro, precisa Cavalli: questa non è “la richiesta di un privilegio o di una affermazione di prestigio” ma “una cosciente assunzione di responsabilità verso tutti i settori produttivi ivi compreso quello della distribuzione e verso il consumatore”. Certo, c’è consorzio e consorzio, e quindi “dovremo - promette Cavalli - porre una definitiva e netta barriera fra i nostri consorzi e quelli velleitari organismi che di consorzio hanno solo il nome e che creano confusione a danno del settore produttivo e del consumatore”. La confederazione rivendica anche un importante ruolo e chiede che venga “accettato il principio che la Federdoc, quale espressione dei consorzi, ha titolo ad essere rappresentata negli organi e nelle sedi ove vengono adottate le scelte che riguardano il settore alla stregua degli altri organismi di categoria, avendo a tale riguardo ben maggiore titolo di alcuni di quelli che a tali decisioni di fatto partecipano”. Nel frattempo alla guida della Federazione c’è il primo cambio della guardia: Benedetti lascia e il suo successore è il veneto Gian Maria Pellizzari, rappresentante del consorzio Valpolicella e a sua volta imprenditore agricolo. Da lui, deputato nelle fila della Democrazia Cristiana dal 1976, si attende il salto di qualità e la giusta attenzione dal mondo politico, aspettative che andranno in parte deluse. Eppure la prima assemblea a cui Pellizzari partecipa da presidente si svolge il 27 maggio 1983 nella sua Verona promette bene. In quell’occasione viene stilata l’agenda degli obiettivi degli anni successivi: una modifica della classificazione dei vini italiani che adotti uno schema semplice, ove ogni elemento abbia un chiaro significato: e quindi vini da tavola, vini tipici e vini a denominazione d’origine controllata; il miglioramento delle garanzie di efficienza delle commissioni che operano il controllo qualitativo; la modifica dell’Albo dei vigneti, che allo stato ignora il ciclo vitale della pianta; infine una maggiore chiarezza negli organi applicativi della legge, dove vige una grande incertezza in assenza di un meccanismo come quello francese che vede in testa l’Inao; a tal proposito la Federdoc auspica la creazione di un organismo centrale che dia significato e omogeneità all’applicazione della legge: un Istituto nazionale per le denominazioni d’origine che prenda il posto del comitato nazionale.
Tutti intenti che verranno perseguiti a corrente alternata negli anni a venire. Tra il 1984 e il 1989 sempre più spesso le assemblee generali si accendono nella assidua polemica tra associati sempre meno motivati e una presidenza sempre meno presente. Molte delle assemblee generali si svolgono in seconda convocazione perché nella prima manca il numero legale. Il 1° settembre 1988 al centro congressi di Firenze (dove nel frattempo si è spostata la sede della confederazione) è il vicepresidente della Federdoc Elio Assirelli ad ammettere che l’ente sta un po’ segnando il passo e a sollecitare “un più stretto rapporto tra i consorzi e la federazione perché proprio da questo rapporto la federazione può aumentare quella incisività di azione che è un po’ mancata negli ultimi tempi”. E rispunta anche la “questione meridionale”: nel Sud infatti mancano ancora consorzi con obbligo di vigilanza. “La Federdoc – racconta oggi lo stesso Assirelli - era allora lo specchio della difficile unità dell’Italia. C’erano tante piccole realtà legate al retroterra culturale ma isolate tra loro”. Insomma, sono anni di crisi per la Federdoc, così come per il vino italiano, squassato nel 1986 dallo scandalo del metanolo. Entrambi - la Federdoc e il vino italiano - vedranno però germogliare in questa epoca oscura i presupposti per il rilancio.
Non tutto infatti è da buttare in questo scorcio conclusivo degli anni Ottanta. I consorzi associati continuano ad aumentare: a fine decennio sono ventisei in rappresentanza di 39 denominazioni, cinque delle quali sono Docg. E’ di questi anni anche una serie di studi e sperimentazioni promosse e sostenute dalla Federdoc per la ricerca di componenti analitiche costanti nel tempo al fine di raffrontare prodotto riconosciuto idoneo alla campionatura e prodotto immesso al consumo; e per la individuazione di quegli elementi che possono rappresentare un aiuto per l’esperto degustatore nella sua valutazione della tipicità del prodotto rispetto ai parametri previsti dal disciplinare. Si continua anche a ragionare sull’esigenza di modificare il D.P.R. 930 del 1963, ormai obsoleto, con l’obiettivo sia di mettere ordine nelle denominazioni sia di “elevare tutto il settore dei vini a Doc al regime delle Docg” pur con la “gradualità necessaria a rendere possibile l’efficacia e la sistematicità dei controlli”.

Gli anni Novanta. Gli anni Novanta iniziano male. La prima assemblea generale, il 13 novembre 1990 in seconda convocazione all’hotel Cavallino di Faenza, è un momento di confronto dai toni piuttosto aspri. Il vicepresidente Assirelli, sempre più l’anima della confederazione, richiama i soci a una maggiore partecipazione alle riunioni che provoca “l’impossibilità di prendere qualsiasi decisione e intervenire presso gli organi competenti per la risoluzione dei problemi comuni”. I soci da parte loro sono sempre più scontenti e lamentano “una scarsa attività a loro favore”. In questo clima di tutti contro tutti emergono sempre più forti le rivalità tra le varie componenti regionali della confederazione e si esaltano i particolarismi a danno dell’interesse generale. Solo in extremis si scongiura l’uscita dalla federazione di due consorzi del calibro del Barolo e del Barbaresco, del resto mai nel vivo dell’attività della confederazione e morosi da anni nel pagamento delle quote sociali. Il consorzio del Soave da parte sua dà le dimissioni in conseguenza di un presunto torto subito: il mancato appoggio di una proposta di modifica del disciplinare. Insomma, quel giorno autunnale del 1990 è il momento più nero della vita già più che decennale della Federdoc. Si sente la mancanza di una guida forte e di un referente politico che operi nel Palazzo in favore dei consorzi a controbilanciare la “politica vinicola sempre tesa a favorire il settore industriale e commerciale”, per usare le parole di Assirelli. La federazione ne uscirà in breve, con un nuovo statuto approvato nel corso dell’assemblea straordinaria del 1° febbraio 1991. E con un nuovo presidente, che è poi “nuovo” solo formalmente: si tratta infatti di quell’Elio Assirelli che da anni, come vice di Pellizzari, è presidente di fatto, battendosi da solo con pochi altri volonterosi per dare più forza alla federazione. Assirelli, classe 1923, è amministratore attento e lungimirante, come ha già dimostrato in oltre tre lustri trascorsi da sindaco di Faenza e ancora come senatore della Dc. “La mia fama di oculatezza - racconta oggi - mi veniva dal fatto di essere stato per quattro consiliature sindaco di Faenza, riuscendo sempre a tenere il bilancio del Comune in pareggio”. E poi, nella guerra tra correnti regionali, veneti contro toscani, che ha contrassegnato i primi anni di vita della Federdoc, lo stagionato amministratore faentino ha un pregio non trascurabile: rappresenta una realtà commerciale che non dà fastidio ai colossi del vino italiano, quella dei vini romagnoli. “Non ero produttore, quindi non avevo vini da vendere - dice oggi - anzi ero addirittura astemio”. Nella prima assemblea ordinaria che presiede, l’8 aprile 1991 a Verona, il presidente astemio Assirelli ha già lo sguardo e le parole del “profeta”: annuncia un’azione di proselitismo al Centro-Sud, “perché il Nord è già quasi tutto rappresentato” e perché “ci siamo proposti di costituire i consorzi nelle zone ove questi non esistono”. Annuncia un giro di vite nei confronti dei consiglieri assenteisti, sancendo la cessazione da consigliere in caso di assenze non giustificate. E soprattutto rimette in sesto il bilancio economico della confederazione, che allora si reggeva soltanto sui contributi dei soci, non sempre puntuali nel saldo delle quote associative. Per la prima volta nel 1992 il bilancio fa registrare un avanzo di esercizio pari a 3.890.203 lire, un’inversione di tendenza rispetto ai tempi recenti in cui erano i contributi ministeriali a tappare i buchi di bilancio.
Ma non sono soltanto i conti della Federdoc a beneficiare della gestione Assirelli. Il nuovo presidente cerca di dare maggior peso alla confederazione, intensifica le riunioni (“prima del mio arrivo meno ci si vedeva e più tutti erano contenti”, ricorda con un pizzico di perfidia). Soprattutto, è un presidente onnipresente, che gira l’Italia, lavora per unificare le varie “parrocchie” regionali che fino ad allora hanno animato la confederazione, visita i consorzi già associati e cerca di promuovere la nascita di nuovi dove ancora non esistono, fa sentire tutti protagonisti. Ogni tanto nella sua frenesia vive qualche disavventura come quando, in Sicilia per cercare di coinvolgere i produttori di vino Doc, conosce un imprenditore del vino. “Quest’uomo mi abbracciò appena mi conobbe - racconta - e mi dette appuntamento al giorno dopo per parlare della nascita del consorzio. Non feci in tempo a incontrarlo perché venne arrestato poche ore dopo. E per un po’ di tempo fui un po’ preoccupato per quell’abbraccio…”. In realtà è tutta la conquista del Sud, vera frontiera del vino di qualità italiano, a rappresentare un’avventura. Che Assirelli vive quasi come una vacanza, affrontando i suoi viaggi “pastorali” nell’Italia del vino a bordo di una roulotte e con la moglie al seguito. “Mi trovai bene in Sardegna, dove c’erano tante piccole realtà che amavano la concretezza. Capirono subito che cosa voleva dire consorziarsi e lavorare per il bene comune. Anche in Puglia c’era una forte volontà di fare nascere consorzi. Meno bene mi andò invece in Calabria, nella Doc Cirò. Tre volte cercai di far nascere il consorzio e tre volte fallii. Capii che in quella Doc ogni produttore pensa di essere l’unico a produrre il vero Cirò”. Oggi il Consorzio tutela e valorizzazione dei vini Cirò Doc è l’unico consorzio calabrese associato alla Federdoc. L’unico e il più importante, rappresentando da solo quasi il 90 per cento della produzione di vini Vqprd della regione dei due mari.
E’ quindi una struttura finalmente matura e motivata quella che si trova a vivere un momento fondamentale nella storia del vino italiano: l’entrata in vigore della nuova legge del 10 febbraio 1992, la numero 164, che modifica la vecchia 930/63. Una legge, quest’ultima, che ha ormai fatto il suo tempo e della quale da anni si invocava la modifica, avendo dato tutto quello che poteva dare. Gli italiani, del resto, hanno ormai familiarizzato con il concetto di denominazione di origine. Di più: ormai la sigla Doc è passata a identificare il concetto di qualità garantita tout court, al punto che proprio nei primi anni Novanta, come ricorda Ezio Rivella, presidente del Comitato nazionale per la tutela delle denominazioni di origine dei vini in un convegno del 1994 - molte pubblicità sui giornali e in tv “usurpano” il termine Doc per propagandare oggetti che con il vino non hanno nulla a che spartire. Un successo che rischia però anche di essere un po’ la tomba della denominazione, ormai vista dai produttori come un punto di arrivo e non come un punto di partenza, una medaglia da appuntare al petto che però non si rivela da sola capace di garantire automaticamente un’impennata delle vendite. Anche perché gli italiani stanno anche scoprendo che c’è una produzione vinicola di prestigio che sfugge alla logica delle Doc e delle Docg, quella dei vini da tavola che, soprattutto in Toscana, trovano più comodo e fruttuoso sottrarsi a norme e disciplinari puntando sul mito dell’etichetta. Per tutti questi motivi serve una grande riforma dell’anagrafe vinicola. La legge 164, pur con i suoi limiti, non solo riarticola la struttura delle denominazioni, introducendo la categoria delle Igt, ma ancor di più stimola i produttori ad associarsi in consorzi volontari, attribuendo a questi compiti di gestione della denominazione e impegno di valorizzazione, oltre ad altre mansioni. Sarà grazie alla nuova legge e all’impegno della Federdoc - che invia nei territori in cui non esistono consorzi del personale incaricato di “creare le premesse e dare valide indicazioni per la loro formazione” - che negli anni a seguire il numero dei consorzi associati si impennerà: passando dai 30 della vendemmia 1988 al centinaio di oggi.
La fase di passaggio dal dettato della legge ai fatti è però tutt’altro che semplice. I consorzi tutti e la Federdoc attendono a lungo il decreto di attuazione che consenta loro di assumere i nuovi compiti e le nuove responsabilità richiesti dalla legge. E l’attesa non sarà breve: dovranno passare cinque anni perché veda la luce, nella Gazzetta Ufficiale del 5 agosto 1997, il regolamento emanato dal ministero per le Politiche agricole con il decreto ministeriale 256. E’ in questo momento che trova pieno compimento un percorso decennale per la definizione dei ruoli e dei compiti dei consorzi volontari di tutela, che hanno incarichi di tutela, valorizzazione e cura generale degli interessi relativi alle Docg, alle Doc e alle Igt e che inoltre devono proporre la disciplina regolamentare della rispettiva denominazione, e svolgere un ruolo consultivo nei riguardi delle Regioni e delle Camere di Commercio in materia di gestione degli albi dei vigneti e degli elenchi delle vigne, di denunce di produzione di uve e vini, di distribuzione dei contrassegni di Stati e di quant’altro. Inoltre al consorzio, su propria richiesta, può essere affidato dal Ministero l’incarico di collaborare alla vigilanza sull’applicazione della stessa legge 164 purchè rappresenti almeno il 40 per cento dei produttori e della superficie iscritta all’albo dei vigneti. Poi, nel 2001, con il Decreto Ministeriale del 29 maggio, verrà rafforzato ulteriormente il ruolo dei consorzi con l’istituzione dell’attività di controllo su tutte le fasi di produzione e trasformazione dei vini Doc e Docg.
Ma torniamo agli anni Novanta e alla conquista del Sud sempre annunciata e mai realizzata nei fatti. Nel 1993, in un momento in cui la figura del consorzio di tutela dei vini di qualità è in Italia in piena trasformazione, alla Federdoc aderiscono 46 consorzi di tutela in rappresentanza di 58 denominazioni, pari al 60 per cento di tutta la produzione Vqprd (Doc più Docg), ma la federazione fa peggio del Cristo di Carlo Levi: questi si fermava a Eboli, quella non va più giù dei Castelli romani. Due sono le regioni su cui la Federdoc punta per cercare di far breccia tra produttori che in quel momento stanno scoprendo le gioie del mercato grazie all’opera di alcuni pionieri illuminati: la Sicilia, vera regione leader del Meridione per quantità, qualità e appeal; e la Puglia. Nelle due regioni già operano consorzi senza però l’obbligo di denuncia, mentre in sei regioni (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna) la figura del consorzio è di fatto ancora sconosciuta. E’ così un momento storico quel 3 giugno 1997 in cui il verbale dell’assemblea ordinaria della Federdoc, all’Enoteca italiana di Siena, registra la presenza tra i rappresentanti degli associati, del signor Maggio per il Consorzio di tutela del vino Marsala. Oggi, dodici anni dopo, quella sparuta presenza è diventata massiccia: alla Federdoc aderiscono numerosi consorzi del Sud: due abruzzesi, uno campano, due lucani, un calabrese, un sardo, nove siciliani e addirittura quattordici pugliesi.
Gli ultimi anni Novanta sono un periodo delicato e di cambiamenti del mondo del vino italiano e dell’attività della Federdoc. Nel 1997, come visto, entra finalmente in vigore il decreto che regola l’attività dei consorzi, che in tutta fretta si trovano a modificare i propri statuti per adeguarli alla nuova normativa. In questa opera la confederazione è supporto, pungolo e punto di riferimento ineguagliabile. Più in generale il vino italiano, sempre con un piede nella tradizione e l’altro nell’innovazione, tra lusinghe del mercato e richiami alla tipicità, si trova a fare i conti con nuovi competitor: i prodotti del nuovo mondo enologico - Cile, Argentina, Sud Africa, Australia, oltre a qualche timido approccio del Paesi dell’est Europa - inondano i mercati di vini di qualità buona e di facile appeal a prezzi molto bassi. Ciò rende la concorrenza mondiale sempre più agguerrita, essendo i nuovi mercati non sufficienti a compensare la diminuzione del consumo pro capite di vino in atto nei mercati storici. Tutto ciò rende urgente la ricerca di strade realmente percorribili per garantire la presenza sul mercato internazionale di vini italiani qualitativamente apprezzabili - e che conservino l’identità e la tipicità del vino italiano - a prezzi competitivi. La sfida è difficile ma la posta in gioco alta: il rischio è quello di essere tagliati fuori dal giro che conta.
Il ruolo della Federdoc in questo contesto è chiaro: stimolare i consorzi a darsi da fare perché i produttori valorizzino le denominazioni, strette tra la fascia bassa del mercato, dominato dai “varietals” prodotti a fiumi nel nuovo mondo, e quella elevata, dominata dai vini francesi e da produzioni non tradizionali. Nel 1999, poi, l’Unione Europea vara il nuovo Ocm (organizzazione comunitaria del mercato) del vino, il Regolamento 1493/99, che entrerà in vigore l’anno successivo. L’Italia trae auspici contraddittori dalla riforma comunitaria: sorride per l’aumento della quota dei nuovi impianti (quasi 13mila ettari più una riserva comunitaria a disposizione delle Regioni), che apre nuovi orizzonti all’enologia di qualità; recrimina invece per il mantenimento della discussa pratica dello zuccheraggio nei Paesi che lo praticano (in Italia questa tecnica è vietata) e per lo spiraglio lasciato aperto a chi intende vinificare nell’Ue mosti provenienti da Paesi extraeuropei. Nel frattempo, il 1998 è un anno di cambiamenti per la Federdoc. Il primo riguarda il nuovo statuto, che ora si articola in trenta articoli. Il secondo riguarda il presidente. All’età di 75 anni Elio Assirelli, che aveva preso le redini di un organismo in crisi di identità e di leadership, lascia un ente che ha imparato ormai a dire la sua con voce forte e autorevole nel mondo del vino italiano nelle mani di Riccardo Ricci Curbastro, giovane e deciso produttore della Franciacorta. Sarà lui a traghettare Federdoc nel nuovo millennio.
Il Duemila. La presidenza Ricci Curbastro si manifesta subito molto sensibile al vino come industria “globalizzata”, che non può ignorare quanto accade a Bruxelles e nel resto del mondo. La relazione del presidente della Federdoc all’assemblea annuale diventa l’appuntamento con un imprescindibile giro d’orizzonte su un mercato sempre più complesso e “politicizzato”. Ricci Curbastro sciorina dati sulla produzione mondiale, su quella italiana, sulle esportazioni del cosiddetto “vigneto Italia”, sulle norme comunitarie in vigore e su quelle che si apprestano a esserlo. In questo contesto, perdono smalto le “beghe” interne che hanno dominato la vita della federazione per i primi due decenni e anzi i produttori e gli imbottigliatori scoprono l’esigenza di allearsi e di fare - come si dice ora -“sistema”. Proprio per cercare una più efficace sponda con i Palazzi del potere, la Federdoc - unico organismo interprofessionale esistente in Italia e quindi naturale tavolo di incontro per tutte le componenti del settore vino - scende a Roma e apre la sede nella prestigiosa location di via Piave (al numero 24), pur continuando a conservare, con la figura del presidente e con la quantità dei consorzi aderenti, un’anima spiccatamente settentrionale. E proprio nei primi anni romani della confederazione, essa vive un raffreddamento proprio con il consorzio più “romano” che c’è, quello della Doc Frascati. Accade nel 2000 quando il rappresentante del consorzio castellano si dimette dal consiglio di amministrazione per sollecitare un chiarimento con la presidenza della Federdoc in merito a una serie di incomprensioni. Il chiarimento c’è e la piccola crisi rientra subito. Oggi il Frascati, la più meridionale delle denominazioni “fondatrici” ed espressione del primo presidente, Antonio Benedetti, è sempre in prima linea nelle battaglie e nelle sperimentazioni della confederazione, vantando spesso suoi rappresentanti negli organi direttivi.
Altra piccola rivoluzione, quella comunicativa, ineludibile all’alba del nuovo millennio: con sempre maggiore frequenza la Federdoc partecipa a manifestazioni specializzate e affida a stampati e a supporti elettronici campagne informative sulle proprie attività, sulla valorizzazione e sulla conoscenza delle denominazioni e in genere del vino italiano di qualità. Ancora, si pone in prima fila nella battaglia culturale per promuovere un consumo consapevole dell’alcol, in un’epoca in cui da un lato il diffondersi di stili di vita più sani e dall’altro l’inasprirsi del codice della strada contro chi guida dopo l’assunzione di quantità ingenti di alcol rende necessario imporre una nuova figura di bevitore, moderato e colto. Ogni anno già dal 1991, viene realizzata la pubblicazione “Vqprd d’Italia” che, raccogliendo tutti i dati relativi all’andamento produttivo vitivinicolo dell’anno precedente alla pubblicazione e riferiti ad ogni singola denominazione, finisce per costituire un prezioso strumento informativo, vero punto di riferimento per tutto il settore vitivinicolo.
La Federdoc partecipa poi con sempre maggiore visibilità al Vinitaly, la fiera veronese affermatasi negli anni come il più importante evento nazionale legato al vino, luogo non solo di degustazione delle nuove annate e di pubbliche relazioni tra produttori e addetti ai lavori, ma anche di studio, elaborazione, confronto e dibattito al quale non può mancare il contributo di chi rappresenta i consorzi di tutela.
La Federdoc concorre anche attivamente, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, all’organizzazione del concorso enologico “Bacco e Minerva”, a cui partecipano gli studenti degli istituti tecnici agrari di tutta Italia, che si sfidano come produttori e come degustatori. Ai giovanissimi è invece destinato il cartone animato “Torchiami ma di baci saziami”, distribuito nelle scuole e al Vinitaly 2007 in oltre 10mila copie: alla tribolata storia d’amore tra un acino d’uva e un’intraprendente ape è affidato il compito di raccontare ai più piccoli le principali caratteristiche dei vini a denominazione d’origine, i metodi produttivi, il concetto di tracciabilità e la filiera dei controlli consortili.
La Federdoc sceglie anche di farsi conoscere al grande pubblico attraverso una massiccia campagna pubblicitaria ideata nel 2004 dall’agenzia romana Zowart, che si affida allo slogan “Controlliamo tutto, tranne con chi lo bevi” e che - pubblicata su quotidiani e periodici e veicolata con manifesti nelle grandi stazioni e negli aeroporti, quindi negli anni successivi anche sugli autobus di Roma - enfatizza nello stesso tempo la filiera di controlli del vino protetto dalle denominazioni e un consumo rilassato dello stesso. La confederazione non tarda anche a scoprire le possibilita della “rete” e si attrezza. Oggi vanta un sito internet avanzatissimo nella grafica e nei contenuti (www.federdoc.com), che è diventato strumento preziosissimo e di facile “navigazione” per chi voglia informazioni sulla piramide qualitativa del vino italiano, sulla legislazione vigente, sulle denominazioni regione per regione, sul modo corretto di leggere un’etichetta, sui consorzi aderenti e sui loro dati produttivi. Uno strumento prezioso anche per gli addetti ai lavori stranieri, che possono accedere alla versione internazionale del sito (www.italiandocwines.it) ricevendo informazioni sulle Doc italiane, sul sistema di controlli e sulle attività di monitoraggio in inglese, russo e giapponese.
Sul web trova adeguato spazio - e anzi strumento informativo di elezione - anche uno dei progetti più cari alla Federdoc, quello sulla cosiddetta “tracciabilità” della singola etichetta, realizzato in collaborazione con i consorzi volontari di tutela, in particolare quelli che si sono offerti come pionieri della sperimentazione. Selezionando una Doc o una Docg e digitando il codice alfanumerico riportato sulla fascetta e identificativo del lotto di produzione della bottiglia che si sta per degustare, il consumatore consapevole può avere accesso alla carta di identità della bottiglia stessa, ricevendo informazioni sull’imbottigliatore, sulla data di imbottigliamento, sulla composizione chimico-fisica del vino, sulle certificazioni, a volte perfino sul vigneto che ha dato origine al vino. Un progetto che esalta la filiera di controlli delle denominazioni e che enfatizza il patto di fiducia tra produttore e consumatore.
Quel patto che poggia solidamente anche sul decreto del 29 maggio 2001, il quale stabilisce “controlli sulla produzione dei vini di qualità prodotti in regioni determinate (Vqprd)”, fortemente voluto dal ministro Alfonso Pecoraro Scanio e negli anni seguenti sostenuto anche dai suoi successori Gianni Alemanno e Paolo De Castro. Il decreto dispone l’obbligo per tutti gli utilizzatori di una Doc o di una Docg di sottoporre i propri vini a specifici controlli - affidati ai consorzi di tutela - in particolare per quanto riguarda il rispetto delle regole imposte dai singoli disciplinari di produzione e secondo un apposito “piano dei controlli” destinato a essere approvato dal ministero stesso. La riforma si propone di rafforzare l’anello debole del sistema: la sporadicità delle ispezioni o la semplice autocertificazione in relazione a elementi fatidici come la resa per ettaro, il rispetto del divieto di irrigazione o il carico di gemme.
Il nuovo sistema di controllo, che esalta e in qualche modo scolpisce finalmente il ruolo dei consorzi di tutela, entra in vigore a tappe: le prime autorizzazioni al controllo “erga omnes” sono del maggio 2003, mentre ad agosto 2006 si apre una nuova finestra per la presentazione di domande da parte di altri consorzi. Attualmente il piano di controlli è regolamentato dal decreto del 29 marzo 2007 e dal successivo decreto del 13 luglio dello stesso anno, che hanno completato il quadro normativo. Il sistema prevede due tipologie di attività strettamente collegate tra di loro e conseguenti: la prima riguarda i pareri di conformità sulle denunce di produzione delle uve, sulle richieste di certificazione di idoneità e sulle comunicazioni di imbottigliamento; la seconda riguarda controlli ispettivi presso le aziende produttrici, di trasformazione, di imbottigliamento e di confezionamento, che riguardano ogni anno un campione pari ad almeno il 15 per cento della produzione. Controlli fatti sia in vigna - sulle condizioni agronomiche e sulla resa potenziale ad ettaro - sia in cantina sulle pratiche produttive previste dal disciplinare, sia ancora nello stabilimento di imbottigliamento. Attualmente i consorzi autorizzati dal Ministero a esercitare il compito di controllo sono 40, in rappresentanza di ben 91 denominazioni. Un successo che si deve anche all’opera di consiglieri della confederazione come Ezio Pellissetti, Giuseppe Liberatore e Francesco Liantonio, che hanno creduto nel controllo “erga omnes” e hanno lavorato perché il sistema si imponesse e funzionasse.
Gli ultimi anni della confederazione, quelli che conducono al trentesimo compleanno che questa pubblicazione intende celebrare, sono anni difficili, di incognite e di cambiamenti globali, con l’imminente entrata in vigore dell’Ocm vino, del quale parleremo più avanti, a pendere con una spada di damocle su tutto il settore. La Federdoc deve però vedersela anche con insidie interne, la più grave delle quali è il cosiddetto “scandalo del Brunello”, che scoppia “a orologeria” nell’aprile 2008 proprio in coincidenza con la quarantaduesima edizione del Vinitaly. Un’inchiesta giornalistica condotta da un settimanale denuncia il mancato rispetto da parte di alcune aziende tra le più blasonate del celebre distretto vinicolo di Montalcino del disciplinare di produzione: ciò che se da un lato rischia di infangare in parte il nome del vino italiano di qualità, dall’altro dimostra però il buon funzionamento del sistema di controllo introdotto pochi anni prima. Il presidente della Federdoc Ricci Curbastro viene inserito nel comitato di garanzia istituito dal ministro dell’Agricoltura Luca Zaia con l’intento di puntellare l’architettura dei controlli e di verificare il sistema di certificazione per riabilitare l’immagine di un marchio strategico del vino italiano. Così la Federdoc vede rafforzato il suo ruolo trainante e di garanzia proprio in un momento difficile per tutto il settore.
Ma gli ultimi anni e gli ultimi mesi vivono principalmente dell’attesa e dell’analisi della riforma dell’Ocm vino presentata il 22 giugno 2006 dalla Commissione Europea, destinata a rivoluzionare il mercato ormai globalizzato del vino. Una riforma condivisa in parte negli obiettivi (mercato più equilibrato e competitivo, regolamenti più chiari e semplici) ma profondamente temuta e quindi combattuta per quanto riguarda gli strumenti pratici di attuazione, ritenuti dalla Federdoc e da buona parte del mondo produttivo italiano incoerenti con i fini della riforma e oltre modo dannosi. Tanti i punti di contrasto tra la Federdoc e la Commissaria europea all’Agricoltura, la danese Mariann Fischer Boel, madre della riforma: l’eccessiva semplificazione della piramide qualitativa, che viene livellata verso il basso; le misure di incentivo all’estirpazione dei vigneti, che sembrano finanziare l’arretramento dell’enologia europea rinunciando invece a investire su promozione e competitività; l’inaudita liberalità nei confronti di disinvolte pratiche enologiche tipiche del cosiddetto nuovo mondo; l’utilizzo di scorciatoie come i trucioli di legno; le regole meno restrittive sull’etichettatura. Ce n’è abbastanza perché i Paesi portabandiera del vino tradizionale insorgano. Già il 13 ottobre 2006, in un incontro con la stampa europea a San Casciano Val di Pesa, in provincia di Firenze, Ricci Curbastro lancia l’allarme: “Le proposte di riforma presentate dalla Commissione europea privilegiano lo sviluppo di un vino industriale con la libertà di impiantare non importa dove, senza limiti di produzione, con l’apertura molto ampia di pratiche enologiche ivi comprese quelle che sono molto lontane dalla definizione di vino e con la fine dell’interdizione di vinificare i mosti importati”. Nell’ottobre 2007 Ricci Curbastro insiste parlando di “una riforma che ipotizza una viticoltura di grandi quantità, grandi estensioni, in mano a poche grandi cantine”. Insomma, “un modello distante anni luce da quello italiano, fatto di tanti piccoli vignaioli che con i loro sacrifici hanno costruito il sistema delle denominazioni ancora solido e vincente”.
Nella sua battaglia la Federdoc trova fortunatamente importante alleato nella omologa confederazione francese, la Cnaoc, e lavora alla creazione di un vero asse delle nazioni con maggiore tradizione enologica (in particolare la Spagna, ove opera la Conferencia, e il Portogallo con l’Andovi e l’Idvp) per lungo tempo in verità apparse refrattarie a un’operazione di tutela degli interessi comuni contro il paventato Ocm. L’asse italo-francese consente un dibattito di respiro internazionale sulla materia e l’elaborazione di proposte comuni per la tutela del vino di qualità da parte dei due Paesi leader. Ma è sempre Ricci Curbastro a fare da testa di ariete e a impegnarsi personalmente in una battaglia che da subito si profila lunga e difficile: storici alcuni suoi scontri a viso aperto con la Fischer Boel in sede di trattativa; da ricordare ancora la relazione al Senato francese, nell’estate 2007, sulla nuova Ocm vino, a ciò invitato dal senatore Gèrard Cèsar. Insistente anche il pressing operato sui parlamentari europei per sollecitare la presentazione di emendamenti all’Ocm che limitino i danni. Un’opera che darà solo frutti parziali a causa della sordità del mondo politico italiano - ma non solo - nella difesa del “made in Italy” enologico. Il negoziato sull’Ocm, condotto con il grande aiuto del relatore al Parlamento europeo di quel periodo, onorevole Giuseppe Castiglione, si conclude “salvando” in buona parte la struttura della riforma targata Fischer Boel e mantenendo intatto il potenziale di grave minaccia per il vino di qualità dei Paesi vocati tradizionalmente. Che cosa significherà la nuova Ocm, che entra in vigore il 1° agosto 2009, lo dirà la storia. Il primo risultato pratico è che scompariranno le Doc e le Docg come le conosciamo, riassorbite dal sistema delle Dop agroalimentari, così come le Igt traslocheranno armi e bagagli nelle Igp. Ciò condurrà necessariamente a scelte strategiche che tengano conto dei nuovi scenari e forse costituirà stimolo per una semplificazione del sistema delle denominazioni italiane, oggi probabilmente pletorico a causa di troppe Doc minuscole, oppure scarsamente produttive, oppure quasi sconosciute oppure troppo simili ad altre vicine.
L’ultima tappa dell’evoluzione di Federdoc si chiama Valoritalia. Si tratta della società a responsabilità limitata per la certificazione delle tipicità italiane, a cui è stato recentemente affidato anche il ruolo di ente terzo per la certificazione delle qualità e delle produzioni vitivinicole italiane. Una sorta di “privatizzazione” del controllo a cui Federdoc dà un contributo decisivo con una importante partecipazione azionaria. Un’ulteriore passo avanti sulla strada della qualità come cultura, un degno modo di celebrare i primi trent’anni di una storia che è appena all’inizio. Quella di Federdoc.