Il Libro
Bell’età quella dei trent’anni... di Fabio Turchetti

Una delle ricorrenze tonde, com’usa dire, della nostra esistenza, dal significato che va ben oltre il superamento dei venti e l’avvicinarsi ai quaranta. È il momento in cui bisognerebbe aver ben capito quel che si dovrebbe fare nei decenni a venire: quali gli obiettivi, le difficoltà da superare, le speranze, i progetti, gli intenti, i traguardi. Si è giovani ma maturi, passionali e razionali al contempo, fiduciosi ma già segnati dal disincanto delle prime delusioni, pronti a dire la propria con puntiglio e tenacia - quando addirittura a non condurre il timone sino al vessillo - ma solerti a rispondere con fermezza agli scapaccioni dei rivali, degli invidiosi, degli arrivisti. I tempi sono cambiati, è vero, visto che le attuali generazioni, “mammone” come mai in passato, faticano a staccarsi dalle sottane della chioccia, e ogni decisione significativa, o presunta tale, è costantemente rinviata, soppesata, cambiata, rinnegata, abortita, in attesa di chissà quale manna dal cielo. Le cose si complicano, poi, quando quei trent’anni passati costituiscono davvero la costruzione di un ponte verso il futuro, la formazione di un presente venutosi a delineare man mano, cogliendo tutti i segnali di un mondo che stava aprendo gli occhi con sguardo diverso, cercando di capire meglio e di più quello che stava mutandogli addosso, quanto ci sarebbe stato finalmente da limare, sistemare, smussare, confermare o rinnegare, dinanzi ad un patrimonio naturale che l’uomo aveva comunque reso un tesoro di storia, tradizioni, cultura, territorialità, economia e civiltà senza eguali.
La Federdoc nasce in questo, ma soprattutto per questo: dato che non era più procrastinabile il messaggio di un comparto viticolo ed enoico che ormai altro non poteva fare che allenarsi al gran balzo. Dopo che il vino tutt’altro ruolo aveva ormai assunto, rispetto all’alimento di complemento dei nostri nonni - che intuizione, però, pur senza la minima cognizione di causa: un tozzo di pane, un pezzo di cacio e il boccione del vino, vale a dire proteine, grassi, carboidrati e vitamine, in tempi di fame una perla di saggezza… - Erano, insomma, proprio gli anni in cui finalmente il vino sarebbe divenuto maggiorenne. La fase, forse paradossalmente tardiva per l’unica nazione al mondo completamente vitata, in cui la qualità avrebbe definitivamente provato a prendere il sopravvento sulla quantità, passando per tante vie non sempre luminosissime. Il nettare del Bacco tricolore, è vero, avrà dolorosamente bisogno anche del metanolo, per dirne una grossa, per avviare quel progetto articolato, dalla vigna all’etichetta, dalla legislazione al marketing, che arriverà a fornire idee decisamente più chiare a tutti, produttori e consumatori, e che acquisirà parametri costantemente aggiornati, innovativi, qualitativamente affidabilissimi ogni anno di più. Anche per via di così tragiche realtà, inutile negarlo, che ci avrebbero costretto a fare i conti, in tutti i sensi, e a rimboccarci le maniche con pazienza, sacrificio, rancore e rimpianti. Nel bene e nel male. Fortunatamente, però, la Federdoc già c’era! E i relativi consorzi pure, ovviamente: da non dimenticare, questo, perché nonostante le schegge impazzite - che mai mancheranno - e i contrasti, gli scetticismi, le battaglie campanilistiche, non si era soli; i riferimenti quindi esistevano, anche se per confrontarsi, discutere, confliggere. Ma c’erano. E la fine degli anni Settanta, con l’inizio degli Ottanta, significheranno tante cose anche nella comunicazione: oltre al Maestro Veronelli, e a poche altre voci isolate di tempi ancor più lontani, l’informazione si farà puntuale, ricca, dettagliata. Arriveranno corsi di degustazione, premi, eventi, riviste specializzate. Tante ne succederanno, proprio in questi trent’anni, per un rapporto di causa ed effetto che sarebbe bene non dimenticare mai. La Federdoc, quindi, segue, assorbe e sollecita il divenire del vino italiano per tre decenni, cospicui ed esigui al contempo.
Ma, - colpo di scena -, fieramente e bellamente pronta al genetliaco, decisa a fare e a farsi la festa, guarda un po’ dove va ad intruppare, pur se col sorriso sulle labbra e l’animo denso di buoni propositi? In un momento lieto, d’accordo; in una sentita celebrazione, non v’è dubbio; in una ricorrenza irripetibile, non si discute… Ma in che momento preciso? In quale fase storica? All’interno di quale periodo, il fato pone la festeggiata dinanzi al bivio cruciale della sua maturità? Nel momento più interlocutorio, enigmatico, dinamico, ambiguo, delle vicende della vitis vinifera e dei suoi derivati degli ultimi decenni.
Nemmeno il più hitchcockiano dei registi, il più kafkiano degli scrittori, il più dissonante dei compositori, sarebbe stato capace di progettare una quinta siffatta. Persino un Dario Argento tornato magicamente all’ispirazione d’un tempo, avrebbe applaudito le sorprese pressoché quotidiane, le porte cigolanti che si aprono e chiudono, le urla di dolore che giungono all’improvviso, le risate isteriche che squarciano lo schermo, l’andirivieni di protagonisti - fino a ieri sconosciuti - che arrivano, scompaginano le carte, giocano il jolly o bluffano con maestria, per cercare di portare a casa il più pingue bottino. La nuova 164? L’OCM Vino? Il Registro Europeo delle Denominazioni? Roba che da sola basterebbe a togliere il sonno a qualunque pur ghiroso comparto! Pensate, quindi, a metterla tutta insieme, per provare a vedere quel che succede.
E dire che il gran balzo, a dirla tutta, s’era già colto con l’arrivo della 164 primigenia, nel 1992. Non fosse che per il fatto che dopo l’adolescenza, la Federazione arriva al gran momento finalmente matura, e vogliosa della massima voce in capitolo. Le vicende che porteranno alla concezione della “piramide qualitativa”, al ruolo di controllo e tutela dei consorzi, a un coordinamento ancora più efficace della Federdoc, muovono i passi definitivi insieme al decreto presidenziale che segnerà il nuovo corso enoico dello Stivale. I tempi, sempre troppo dilatati, necessiteranno di altre attese, però, affinché il compito istituzionale venga riconosciuto e avallato (come si evince in altre pagine del nostro racconto): in ogni caso, la Doc o la Docg - per molti consumatori termine fumoso, atto a qualificare qualcosa di importante anche nel linguaggio comune, ma senza fornire specifica chiarezza - tornerà ad essere l’apripista del linguaggio vitivinicolo nazionale, dopo anni di grande confusione - pur dai buoni riscontri qualitativi - in cui il vino aveva sofferto di una mancanza di nitide gerarchie. Sistemate le pratiche interne, però, il confronto con l’Europa si fa immediato, pressante: soprattutto considerando, e qui le cose si complicheranno, che il Continente, a conti fatti, non sembra voler così bene al nostro Paese.
L’Organizzazione Comunitaria del Mercato, per quel che concerne il vino, tende indubbiamente a livellare verso il basso - nella concezione, nelle diversità, nel rispetto del patrimonio - quanto di buono i Maestri del vino hanno ottenuto sino ad oggi. Soprattutto ora che l’Europa, forte di 27 stati membri, vive di regole che nel cercare uniformità - mettiamoci la buona fede… - tende forse a disperdere i segnali forti di chi avrebbe ancora da insegnare e tessere le fila - senza per questo intendere il comandare, che è altra cosa -.
Era già successo, per altri versi, nel rifarsi alle Dop e alle Igp: col tentativo di screditare e banalizzare il top della nostra produzione alimentare, appiattendola e mortificandola nella versione che altre genti ne fornivano - anche perché, senza voler fare bieco qualunquismo, noi italiani siamo sempre i più lenti a battere i pugni sul tavolo, pur se con l’attuale presidenza, detto senza piaggeria, un po’ di puntini sulle i sono stati collocati addirittura in neretto! -
Nuovi sistemi concettuali, che in futuro ci condurranno ad una Denominazione Europea, passano per criteri che si vorrebbe anche attuali, basati su presunti meccanismi di equilibrio e di competizione, e forse di maggior trasparenza, ma che alla fine potrebbero rivelarsi tesi a creare meno difficoltà a quelli che al mercato grosso del vino s’accostano adesso, a chi ai dispositivi di legge anche interni, ove esistenti, ha dato meno lustro, a coloro meno scrupolosi nel rendere le tante diversità del loro territorio, come fortunatamente potremmo sbandierare noi. Controlli maggiori, sulla carta e non solo, per arrivare paradossalmente a maggior libertà d’azione: il corto circuito è qui. Ed è forse questo il compito più ingrato di chi coordina i consorzi, che sempre più dovranno fungere da fiore all’occhiello delle nostre realtà. Sapere che dietro ad una nostra denominazione si può ritrovare una vicenda che altri non hanno vissuto, non significa snobbare qualcuno: vuol solo dire che le file vanno rispettate, che il fermento che muove il mercato va anche razionalizzato, che la qualità non è chimera campata in aria.
Certo che ci si dovrà muovere tutti insieme, ci mancherebbe: l’Europa dell’Est come quella iberica, quella mediterranea come quella dei mari del Nord, hanno da fare scudo e corazza contro i marpioni del Nuovo Mondo, che già qualche anno fa ci fecero ballare con gli arrivi sui nostri scaffali di vini dal taglio internazionale, ma proposti a prezzi di partenza improbabili per le nostre produzioni.
Oltretutto, senza darsi la zappa sui piedi come noi italiani siamo soliti fare. L’individuazione recente, ora anche in Gazzetta Ufficiale, di Valoritalia quale Organismo di controllo nel settore delle produzioni vitivinicole a denominazione d’origine, che quindi affidano a terzi la salvaguardia e la tutela del meglio del Paese enoico, pone fine anche agli strascichi polemici (17 ricorsi al TAR, tutti respinti!) che, a suo tempo, il decreto “erga omnes” aveva suscitato, suo malgrado, inducendo qualcuno ad appellarsi verso presunti conflitti d’interesse o manovre speculative penalizzanti nei confronti dei consorziati, o comunque di produttori legati ad una specifica denominazione.
Fra l’altro, visto che il riconoscimento delle prossime denominazioni europee sarà competenza di Bruxelles, il ruolo della valorizzazione e della tutela, che che se ne pensi, sarà ancor più nelle mani dei consorzi e del loro coordinamento - importante ancora sottolineare, come già avvenuto in altra parte del testo, che le denominazioni finora esistenti passeranno automaticamente al riconoscimento continentale tranne quelle ormai presenti solo sulla carta, che quindi non avranno ovviamente più ragion d’essere -.
Battaglia su due fronti, allora, quella da affrontare soprattutto per la Federdoc: il primo, legato alla ricerca, alla crescita e all’ottenimento dell’acme qualitativo per le nostre denominazioni, facendosi portavoce, simbolo e garante dell’allontanamento definitivo da ambiguità, atteggiamenti parrocchiali, campanili e interessi corporativi che oggi ci farebbero ancor più faticare dinanzi al mondo. Battaglia, questa, che - unita alle iniziative già promulgate dalla Federdoc in questi ultimi anni - dall’immagine alla sicurezza, dalla salute all’educazione giovanile -, dovrà sempre più condurre la struttura a muovere come vetrina e garanzia del vertice enoico tricolore.
Dall’altra, una volta seminato e lavorato al meglio all’interno dei confini, opporsi ai tentativi di far ripartire sempre l’Italia dal Vicolo Stretto, come avveniva ai tempi del Monòpoli, gioco da tavola che tutti abbiamo praticato negli uggiosi pomeriggi invernali: mentre qualcuno, vogliate concederci la ludica metafora, vorrebbe addirittura arrivare al traguardo senza neanche passare dal via, come il regolamento prevederebbe salvo l’ottenimento di qualche bonus o il saldo di qualche parcella, comunque presentata.
Allora no. E non è perché si debba per forza arrivare trionfatori al Parco della Vittoria, che noi si vorrebbe un percorso lineare, corretto, fatto anche di prevedibili inciampi, ma in primis di riconoscimenti legati alla storia e al merito. La nostra Penisola - e le isole che ulteriormente la abbelliscono - hanno carte importanti da gettare sul tavolo verde nei momenti topici: vitigni, denominazioni, località, territori. Nessuna deve cozzare con qualcuna delle altre, quasi a voler rimarcare chissà quale primogenitura storica o qualitativa. Saranno le sinergie a contare, soprattutto ora che addirittura altre nazioni importanti per la vite hanno colto i nostri segnali e hanno deciso, o stanno pensando, di cavalcare la nostra tigre - Francia per prima: ed averla al fianco, in alcune occasioni, non potrà che essere un piacere, pur nella tutela aprioristica dei nostri confini -. Quindi, se altrove stanno iniziando a guardarci di buon occhio anche quelli che potrebbero temerci, perché dovremmo far scoppiare la guerra civile in casa, dimenticando che è TUTTO quel che ci rappresenta, a formare ogni volta un unicum? Perché fare gli gnorri nel sottolineare che quel determinato territorio, senza quell’uva - e viceversa -, sarebbe altra cosa? Perché fermarsi dinanzi alla possibilità tangibile che, una volta che il carrozzone del turismo enogastronomico si metterà definitivamente in moto - un giorno, forse… -, ogni luogo starà a raccontare qualcosa di importante del vino, dovunque esso si trovi?
Ci aspetta una bella festa, allora, anticipatrice anche di fatiche ineludibili, di puntualizzazione feroci, di conflitti immancabili. Ma ce la dobbiamo godere, tutta, però: innanzitutto, perché arriva al momento giusto, a rappresentare un prima e un dopo. E poi perché ognuno di noi potrà dire : “Io c’ero”, visto che mai come in questi casi gli assenti avranno sempre e comunque torto…

Buon compleanno, allora. E in alto i calici!