I trucioli anche per i vini DOC e DOCG?
E’ il pericolo che si corre se i ricorsi presentati al TAR del Lazio venissero accolti.
Roma 20 gennaio 2007

 

Federdoc, la Confederazione nazionale dei Consorzi di Tutela delle Denominazioni dei Vini italiani che associa il 90 % dei Consorzi italiani, rappresentativi di un produzione vitivinicola nazionale a DO dell’ 80%, giudica per questo inopportuna ogni iniziativa volta a fa decadere il Decreto firmato dal Ministro De Castro il 2 novembre 2006.
Esiste il rischio concreto di una liberalizzazione di questa pratica su tutti i vini italiani, anche i vini certificati DOC e DOCG, qualora venissero annullate le disposizioni restrittive dello Stato Italiano e valessero i contenuti del Reg. CE n.1507/2006 per tutti i vini.
Di seguito, le considerazioni del Presidente Federdoc Dr. Riccardo Ricci Curbastro:

Constatiamo che il "rumore dei trucioli", o anche l'incubo per alcuni, o quel senso di insofferenza per altri che vorrebbero annegarli nel vino, in qualsiasi tipo di vino, per trarne agevolmente forza e carattere impossibili, continuano a pervadere le nostre menti e le pagine dei giornali, in un dibattito ormai sterile perché ha già avuto i suoi tempi e ha già sortito i suoi effetti.
L'Italia è il Paese europeo che più di tutti ha approfondito il problema, e ha dato al Ministro De Castro gli elementi sufficienti per una sua decisione: la possibilità di utilizzo dei trucioli nelle pratiche di cantina per i vini da tavola e le IGT, il divieto assoluto per i VQPRD.
E' la scelta più equilibrata, a parere di Federdoc.
Il mercato attuale dei vini, che vede un crescente successo di prodotti a basso prezzo, caratterizzati da un buon rapporto qualità-prezzo, da una facile riconoscibilità legata spesso al solo nome della varietà o di grandi zone di produzione, non può più essere sottovalutato.
Da recenti analisi, il 70% dei dettaglianti americani ha indicato nel buon rapporto qualità-prezzo il motivo principale di acquisto; l'89% dei grossisti lo indica come motivo principale per promuovere un vino.
In contrapposizione a questi vini, noi italiani continuiamo a porre l'accento anche su tradizione, territorio, cultura, regole produttive ed enologiche severamente controllate. In poche parole, sosteniamo le Denominazioni, tralasciando le mode e cercando di consolidare le posizioni raggiunte.
Sono le due strade da seguire perché due sono ormai i mercati del vino nel mondo.
Non perdendo di vista la necessità di garantire successo e futuro a tutto il vigneto Italia (ricordiamolo, il più grande), questa è una di quelle preziose occasioni per ribadire e rinforzare una strategia già delineata da tempo, che potrebbe portarci a competere su entrambi i mercati attuali, pronti ad affermare la nostra leadership qualitativa.
Accrescere la capacità competitiva delle IGT, che già oggi possono schierare in etichetta il nome del vitigno accompagnato dalla zona di produzione ben più ampia di quella di una D.O., anche con l'apertura a nuove tecniche enologiche che - vedi l'utilizzo dei trucioli - contribuiscano a migliorare il gusto del prodotto a costi competitivi, ma che rifiutino con forza quelle che possono essere scorciatoie lungo il percorso vigna-uva-vino, quali ad esempio l’uso di saccarosio o macchinari come la spinning-cone-column.
Costruire, d'altra parte, intorno al sistema delle Denominazioni, una politica di promozione più incisiva, valorizzando il loro contenuto etico di salvaguardia delle tradizioni, dell'ambiente e del paesaggio.
E, soprattutto, lasciando finalmente da parte polemiche ed azioni incontrollate, che non potranno mai essere comprese e giustificate dai consumatori.

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