Accordo UE/USA sul vino: i tempi son chiusi per nuovi spazi di mediazione. Resta invariato il vecchio pessimo testo di accordo. Nulla ci è dovuto dagli USA per il rispetto dei nostri marchi e per un uso condiviso delle pratiche enologiche.
Roma, 13 settembre 2005

La situazione purtroppo è questa, chiaramente confermataci anche dal nostro Ufficio di Bruxelles.

La Commissione Europea ha discusso della questione con i rappresentanti degli Stati membri, nell’ambito di una riunione del Comitato 133 (Comitato incaricato della politica commerciale comune) in data 9 settembre u.s.

La Commissione ha riferito che un progetto di accordo è stato firmato tra i negoziatori, e che l’accordo sarà firmato dal Direttore Generale della D.G. Agricoltura nel corso della settimana, durante un suo viaggio a Washington.

Queste le reazioni degli Stati membri:

-La Francia si è felicitata con la Commissione (incredibile, considerato che tutta la Cooperazione francese e la  loro “Federdoc” si erano pronunciate contro, con una lettera di considerazioni che ricalcava i nostri interventi effettuati a livello nazionale ed in ambito comunitario);

-L’Italia ha auspicato che gli interessi dei nostri viticoltori vengano tenuti in maggiore considerazione nella seconda fase dell’accordo, ampiamente prevista ed accettata dagli stessi Americani, per un approfondimento delle problematiche legate all’utilizzo dei nostri marchi;

-La Spagna ed il Portogallo si sono accodate alla posizione dell’Italia;

-La Germania  si è pronunciata contro l’accordo, sottolineandone gli elementi negativi soprattutto per quanto riguarda la protezione delle Indicazioni Geografiche, le menzioni tradizionali e i vini con debole tenore alcolico.

Sull’argomento abbiamo già ampiamente riferito in nostre precedenti circolari, sottolineando il nostro punto di vista e lamentando l’incapacità e/o la non volontà dei negoziatori UE di contrastare la richiesta americana.

Il Direttore Generale della D.G. Agricoltura sig. Silva Rodriguez ci ha rappresentato in una articolata lettera le motivazioni dell’orientamento positivo UE per l’accordo, e lo stesso hanno fatto alcuni nostri rappresentanti governativi, con alcune precisazioni di cui la più significativa è la seguente (testuale): “…molte delegazioni sono favorevoli alla conclusione del citato accordo che la Commissione intende concludere in tempi molto brevi al fine di evitare ai produttori dell’Unione Europea di dover adempiere per i prodotti della campagna 2005 all’obbligo della nuova certificazione richiesta dagli Stati Uniti per i vini provenienti da Paesi con i quali non esistono accordi commerciali”.

Sarà anche vero, visto che il mercato statunitense assorbe quasi il 40% in valore delle esportazioni comunitarie di vino (è una considerazione di Silva Rodriguez), ma intanto continuiamo ad essere espropriati dei nostri diritti esclusivi.

Nulla, purtroppo, ci è consentito di fare per la tutela dei nostri prodotti: vedi tra l’altro la recente sentenza del Tribunale della UE contro il ricorso di Federdoc sulle menzioni dei vini italiani.

Ed ora, cosa succederà per gli accordi UE/Australia? Esiste il pericolo che anche i negoziati con questo Paese si chiudano negativamente per noi, con un danno ulteriore: la Comunità dovrebbe accettare tra l’altro, secondo gli Australiani, che le nostre menzioni non siano oggetto di proprietà intellettuale (vedi ns. lettera inviata ai nostri governanti e al Commissario Agricolo UE Fischer Boel).

E come andrà a finire la nostra richiesta di tutela per le Indicazioni Geografiche, chiaramente minacciate per una nuova iniziativa della Comunità sulle regole d’origine non preferenziale per il vino? Su questo punto (che fortunatamente non tocca i VQPRD) crediamo ancora che l’origine del vino debba essere determinata dal luogo dove le uve sono state raccolte, indipendentemente dalla definizione di “ultima trasformazione sostanziale.

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