Respinto dal Tribunale di primo grado dell’Unione Europea il ricorso Federdoc sulle menzioni dei vini italiani: i Paesi Terzi sempre più liberi di utilizzare i nostri più prestigiosi marchi
Roma, 25 luglio 2005

E’ un pericolo reale, vista l’ordinanza emessa nei giorni scorsi dai giudici della UE, e considerato soprattutto il lassismo in cui versa la Commissione Europea in tutto ciò che attiene alla difesa dei nostri prodotti in ambito internazionale: ne sono prova le risultanze, ad oggi, delle trattative quasi fallimentari sugli accordi UE/USA e UE/Australia.

Allo stato delle cose, ci si chiede fino a che punto sia possibile affidare la difesa delle nostre Denominazioni alle Istituzioni europee, quando queste emettono un regolamento, il 316/2004, solo perché ritenuto necessario al fine di evitare ricorsi al WTO da parte di altri grandi Paesi produttori.

La Commissione ha praticamente espropriato gli Stati membri e i loro produttori di diritti esclusivi, vantati su menzioni appartenenti alla loro tradizione secolare e legati a prodotti di elevatissima qualità, aprendo così le frontiere della Comunità Europea a concorrenti spregiudicati, smaniosi di conquistare nuovi mercati e avvantaggiati, oltre che dal favorevole rapporto di cambio tra dollaro ed euro, dal fatto di non dover sopportare i limiti di natura quantitativa e qualitativa, autoimposti invece al nostro interno con disciplinari severissimi.

Federdoc ha provato a difendere direttamente, unitamente a 13 Consorzi di Tutela associati e ad alcuni produttori, le proprie 17 menzioni tradizionali oggetto del provvedimento comunitario, presentando ricorso al Tribunale di primo grado della UE in data 18 maggio 2004.
I giudici, senza entrare nel merito della normativa, hanno respinto il ricorso per una ragione, a loro dire, molto semplice: il regolamento comunitario non è attaccabile da parte di persone fisiche. I produttori che hanno presentato ricorso “non hanno dimostrato la sussistenza di un interesse individuale e di essere lesi dalla normativa”. Pertanto - hanno concluso - “…i produttori italiani, i Consorzi volontari e la Federdoc non sono individualmente interessati dal reg. CE n. 316/2004. Di conseguenza il ricorso è irricevibile”.
C’è un rammarico di fondo, in tutta la questione: la difesa delle Denominazioni non sembra  possa essere fatta dai produttori  (in contrasto anche con la sentenza della Corte di Giustizia Europea per il Rioja che cita tra l’altro: la responsabilità della buona reputazione di una Denominazione di origine appartiene, pienamente e collettivamente, alla comunità dei produttori della zona).
Resta oltretutto il problema politico di chi deve difenderci in ambito internazionale.

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